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Col de l'Aroletta, m. 2860

Il "pinus cembra" (o cirmolo) in patois si dice "Arolla" e da il nome a varie località della valle d'Aosta, sotto varie forme : Rol, Rolla, Aroletta, Aroley, Roletta, etc.
Anche in Vallese vi è un villaggio di nome Arolla nel comune di Evolene.
La catena dell'Aroletta, che con quella del Morion, ricordano le Dolomiti, prima che fossero ricoperte con i fili della luce della luna e diventassero i "monti pallidi", nel cuore della Valpelline divide la comba del Crete Seche da quella di Faudery.
Si può passare da una comba all'altra attraverso alcuni colli, i più facilmente transitabili sono quelli alle estremità, il più a Sud è il col du Freyty, il più a Nord quello di Faudery.
Fra loro, da Nord a Sud, si trovano il Pas du Chamois, il col de l'Aroletta, il col du Gran Barmè e il col Duc.
Decido di tentare il colle dell’Aroletta, che avevo già tentato alcuni anni fa, retrocedendo davanti agli ultimi quaranta metri.
Non metto la sveglia, faccio tutto con comodo, parto da casa alle nove meno un quarto e alle nove e mezza, lasciata l’auto nel parcheggio di Ruz, inizio a salire.
Salgo lento e svogliato, non penso che arriverò al colle, ma l’importante è essere in giro.
Seguo l’interpoderale fino a dove inizia la direttissima e chissà perché salgo per essa.
Il versante Est del colle dell'Aroletta
Nel bosco mi permetto una sosta e mi nutro di uvette, prima di riprendere il cammino e quando raggiungo il sentiero normale arrivano contemporaneamente due giovani che scopro essere lituani, e, con qualche parola di russo mi dicono essere diretti al Gelè.
Sulla salita finale mi distaccano e ci ritroviamo al rifugio, ho impiegato due ore e cinque minuti, cinque minuti meno dell’anno scorso quando sono salito al col Duc, però allora non avevo fatto la direttissima.
Nuova sosta, nuove parole in russo scambiate con i due lituani che pare vogliano poi scendere ad Ollomont, poi loro partono e dopo un po’ io li seguo.
Prima della salita che porta allo Spataro ci sono delle segnalazioni gialle che portano a sinistra.
Le lascio perdere perchè di là si arriva si al bivacco, ma con un'immonda ravanata tra detriti e massi e da ravanare ce ne sarà abbastanza dopo il bivacco.
Impiego una quarantina di minuti a raggiungere il Plan de la Sabbla, alcuni gruppi di francesi scendono verso il rifugio, i due lituani sono in fondo al piano.
Il pendio detritico che porta al colle sembra un ripido mostro di pietra pronto a sfiancarmi, ma, man mano che mi avvicino la pendenza sembra diminuire.
Trovo subito una traccia che lo rimonta obliquamente e dolcemente, ma l’illusione dura poco, il mostro è solcato da tante tracce di discesa, degli arrampicatori che sono saliti per le varie vie di roccia, pochi lo risalgono a piedi.
Le roccette finali del colle dell'Aroletta
Arrivo dove inizia la cengetta che porta ai pendii del Pas du Chamois, ora ben segnalata da due grossi ometti, so che anche la via di accesso al passo è ora segnalata da ometti.
Guardo poco l’altimetro, mi da poche soddisfazioni, la velocità è inferiore ai duecento all’ora, per fortuna che il dislivello da superare è poco.
E finalmente arrivo alle roccette finali, l’altimetro segna 2822 m.
A sinistra c’è un canalino con dentro un po’ di neve, a destra una parete abbastanza appoggiata, con molti appigli ma anche con molto brecciolino.
Inizio per la parete poi mi porto nel canalino, supero con fatica un primo masso, poi un secondo non riesco a superarlo e allora ridiscendo e passo sulla parete che è veramente facile anche se un po’ esposta e in breve sono al colle.
L’altimetro segna 2862 metri, giusto quaranta metri dall’inizio delle rocce.
Dal bivacco ho impiegato un’ora e venti, il doppio di quanto indicato dal Buscaini.
E il panorama è magnifico, con il Morion di fronte, il duomo gotico del Trident de Faudery e soprattutto il foro della Becca Crevaye che ora posso fotografare con il teleobiettivo.
Dall’altra parte precipita un canale, il Buscaini parla di rocce di primo grado, in realtà si dovrebbe salire da un altro canale e raggiungere il colle con una cengia.
Daniele, il custode del Crete Seche mi dirà poi che lui è sceso direttamente con due doppie.
Il foro della becca Crevaye visto dal colle dell'Aroletta
Un ultimo sguardo alla comba di Faudery, ultime foto alla Pointe Duc, alla Vierge e all’Aroletta, queste ultime due che ci soprastanno, poi decido di scendere perché sono abbastanza preoccupato per la discesa di questo tratto.
Penso di infilarmi nel canale, affidandomi al detto “In discesa tutti i santi aiutano” e con mia sorpresa trovo all’inizio del canale un anello per corde doppie.
“Vedi” – penso – “dove gli escursionisti scendono a piedi gli arrampicatori scendono in doppia!”.
Scendo con fatica aiutandomi con mani, piedi e quello che oggi si chiama “lato B”, arrivo così dove avevo iniziato il canalino, ne esco passo sulla paretina e con cautela ma senza problemi raggiungo il sacco che avevo lasciato con i bastoncini ai piedi di questo tratto.
Bene, tutto è fatto, posso riposare, ma ora ho dinanzi a me la lunga discesa detritica e, per di più, comincia a piovere.
Poche gocce, ma non mi ero accorto dell’intorbidirsi del cielo.
Per fortuna posso scendere come voglio, senza dover subire le voglie di rientro di qualche compagno.
Seguo le piste di discesa e faccio cadere molti sassi.
Per non farmi mancare niente lascio a sinistra lo Spataro e continuo sul pendio detritico fino ad un piano dove i segni gialli mi portano al sentiero che va al rifugio.
Entro a bere del the corretto grappa e per conoscere Daniele, il custode con cui sono amico su Facebook.
Si congratula per la mia impresa, mi dice che il colle del Gran Barmè (l’ultimo colle che ancora mi resta da fare sulla catena dell’Aroletta) è più facile del colle che ho fatto oggi, anche se il Buscaini lo indica di secondo grado.
Naturalmente andrò a vederlo e vedrò che è più difficile.
Scendo per la direttissima, all’interpoderale mi fermo a mangiare il panino che mi è rimasto poi continuo stancamente, raggiungo Ruz e alle sei e mezzo a casa dove mi aspetta una ciotola di latte scremato al cioccolato e una bella doccia.


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