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I benandanti

 

Racconta Aurelio Garobbio, grande poeta e conoscitore delle leggende delle nostre Alpi, che il Diavolo ("colui che non si deve nominare", perchè ogni volta che lo si nomina fa sette passi in avanti) aveva fondato a Venezia una scuola, nella quale aveva insegnato per sette anni le sette arti magiche a sette giovani, tutti di bell'aspetto e notevole ingegno.
Al termine dell'insegnamento si sarebbe accontentato dell'anima dell'ultimo allievo che avesse lasciato la scuola.
Talvolta l'ombra è il solo compagno dei viandanti Quando il primo uscì all'aperto il sole entrò nell'aula.
Tutti uscirono, l'ultimo, sentendosi ghermire, si voltò e disse al Maestro : "Io non sono l'ultimo, la mia ombra mi segue, è lei che devi afferrare" e fuggì via.
Il Diavolo afferrò l'ombra, ma accortosi dell'inganno lanciò un'urlo, mandò un fulmine che distrusse la scuola e tornò agli inferi.
Gli allievi si sparsero per monti e vallate, erano riconoscibili dal fatto che nessuno di loro aveva l'ombra.
La gente li chiamava "i Veneziani" o gli "Scolari della Scola nera" o "Scolari vaganti". Approfittarono degli insegnamenti dei maestri per aiutare pastori e contadini a difendersi dagli spiriti malvagi e, qualche volta, a rintracciare tesori nascosti che però i contadini quasi sempre perdevano per troppa cupidigia.
Uno morì per liberare un villaggio dalle serpi, un'altro divenne una montagna il "Gross Venediger", il "Grande Veneziano" appunto.
Un Veneziano promette ad un contadino di condurlo dove si trova un gran tesoro.
Arrivati sul posto sopra il tesoro si è insediato un caprone nero.
Il Veneziano gli ordina di andarsene, ma il Caprone risponde : "Osi comandare al tuo maestro?".
Il Veneziano ed il contadino fuggono spaventati.
Sul Calanda c'è una vena d'oro, ad ogni solstizio d'estate viene alla luce.
Un Veneziano conosce il posto ed ogni anno vi si reca per raccogliere una pignatta d'oro.
Un giovane lo segue temerario per abissi e cenge, il Veneziano, stupito da tanto ardimento gli rivela il segreto, a patto che non lo riveli a sua volta a nessuno.
Il giovane raccoglie ogni anno la sua pignatta, utilizza l'oro per costruirsi una bella casa, comprarsi il miglior bestiame, senza mai fare sfoggio della sua ricchezza.
Alla sua morte confida il suo segreto alla sorella, che lo confida alla figlia, che a sua volta lo confida al fidanzato, che a sua volta ...
La notte del solstizio una fila interminabile di lumi sale verso il Calanda, tutti cercano il tesoro, nessuno più riuscirà a trovarlo.
Lo stesso Faust, un personaggio realmente esistito, era classificato da Konrad Gessner, il "Plinio della Svizzera", nel 1561,fra gli «scolari vaganti» e definiva questi ultimi come gente equivoca che «continua la tradizione dei Druidi, i quali presso gli antichi Celti ricevevano gl'insegnamenti da diavoli in luoghi sotterranei, trattenendovisi per una serie di anni, come per certo ancora oggigiorno avviene a Salamanca»!
Tesori nascosti, spiriti maligni?
Cercavano di insegnare ai contadini l'arte di coltivare i campi e difendere le coltivazioni dalle intemperie.
In Friuli erano noti come "i Benandanti".
Alla fine del 400 la chiesa si preoccupa dei sabba di streghe e stregoni dove si rende omaggio al Diavolo e si abiura la fede.
Ma ci sono persone che combattono contro queste streghe e stregoni, quattro volte all'anno, durante le tempora, periodi di digiuno stabiliti prescritti dal calendario ecclesiastico, e sono "i vagabondi, che si fanno chiamare benandanti".
Battaglie cui partecipano a volte con il corpo, a volte solo con lo spirito che ha abbandonato il corpo dormiente.
Se vincono loro ci sarà abbondanza, se vincono le streghe e gli stregoni, ci sarà carestia.
Si vantano di poter liberare dal demonio i posseduti, diventano amati e ricercati ("se non ci fossero i benandanti le streghe distruggerebbero tutti i raccolti") ed ecco che cominciano, nel 1575, inquisizioni e processi, che continuarono sino al 1680, quando si esaurirono tra il disinteresse e l'incredulità generale.




Bibliografia :
Aurelio Garobbio, "Leggende dei Grigioni",Cappelli Editore, Bologna 1954.
Carlo Ginzburg, "I benandanti", Einaudi 1996


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