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I camosci nelle leggende

Raccontava Aurelio Garobbio

 

La fuga del camoscio C’era un branco di capre, che pascolavano sotto la cima del Jof Fuart, affidate ad un pastore, un uomo buono e mite, che non si arrabbiava mai e non imprecava mai, anche quando tutto andava per il peggio.
E questo i diavoli della montagna, che si nutrono delle ire e delle malefatte degli uomini, non possono sopportarlo.
Assalgono il gregge, ogni diavolo prende una capra e vola con essa verso l’alto, provocando turbini e saette quando muove le sue ali di pipistrello.
Il pastore assiste impotente, rassegnato alza le braccia al cielo e sospira.
I Diavoli davanti a tanta rassegnazione non possono continuare a volare, sono costretti ad abbandonare le capre sulla costiera che va dal Jof Fuart alla cima di Riobianco.
Lassù c’è gia la neve, il pastore non riesce a salire a riprendersi le sue bestie, che trovano riparo in una caverna, dove passeranno l’inverno.
Ma la caverna è bassa, le corna delle capre urtano contro il soffitto e piano piano si curvano, per mangiare devono cercare muschi, licheni, radici nelle crepe del terreno, loro che erano abituate a nutrirsi di erba e di fieno, imparano a cercare il cibo scavando con gli zoccoli nella neve.
Dimenticano il contatto con l’uomo, il loro belato diventa un fischio.
Quando a primavera il pastore sale a cercarle, lui non le riconosce e loro non riconoscono lui, anzi scappano spaventate verso la montagna che diventerà la “Madre dei camosci”.
Sul Tricorno vive “Zlatorog” il “Camoscio dalle corna d’oro”.
Vive in una valle felice, circondato da un branco di camozze bianche, custode delle immense ricchezze che il monte custodisce.
Il cacciatore che riuscisse ad abbattere il camoscio si impadronirebbe di quelle ricchezze, ma nessuno c’è riuscito.
Quando il camoscio viene ferito, il sangue che scorga dalle sue ferite raggiunge il suolo e da esso nasce la “Rosa del Tricorno”.
Il camoscio se ne ciba, le ferite guariscono, riprende una forza maggiore, si precipita sul malcapitato cacciatore e lo scaglia nell’Isonzo.
Quasi invisibili Oltre la barriera che va dal pizzo Bianco al colle delle Locce, c’è “l’isola dei Camosci”.
Una valle felice dove camosci e stambecchi vivono in pace con gli altri animali della montagna.
Raramente l’uomo ci mette piede, avviene ogni ventuno anni che un cacciatore riesca a raggiungere la valle, ma davanti a tanta pace e bellezza dimentica di cacciare, vaga felice per tre settimane, poi torna a valle, racconta la sua avventura, ma nessuno gli crede.
A Gressoney sanno di questa valle.
I walser la chiamano “das werlorne Thal”, la “valle perduta.”
Alcuni giovani vanno alla sua ricerca.
Da una roccia nei pressi del colle del Lys scorgono una valle verde, piena di pascoli ed armenti.
Cercano di raggiungerla, ma non riescono a scendere sul ghiacciaio.
Il punto cui sono arrivati si chiama “roccia della scoperta”
In Valle Maggia una fanciulla di facili costumi, per espiare i suoi peccati viene trasformata in una camozza.
Riprenderà l’aspetto umano solo se un cacciatore avrà pietà di lei e non le sparerà.
Il camoscio fugge davanti all'uomo, ... ma non sempre! Il cacciatore la incontrerà di nuovo, sotto l’aspetto umano, nella piazza del paese, ma solo il tempo per essere ringraziato.
Il camoscio, come abbiamo visto, è nato grazie al Diavolo e il Diavolo lo usa spesso come travestimento per i suoi agguati agli uomini.
Travestito da camoscio si fa inseguire per dirupi e ghiacciai, finché il cacciatore stremato precipita in un dirupo.
Un cacciatore vede un bellissimo camoscio a portata di fucile, spara ma il camoscio con un balzo si sposta più avanti.
Indispettito l’uomo inizia l’inseguimento, per quanti colpi spari, la bestia li evita sempre e sale sempre più in alto.
Eppure l’uomo è uno dei migliori cacciatori, raramente fallisce un colpo.
Tenace continua l’inseguimento.
Finalmente, verso sera, riesce ad abbatterlo.
Soddisfatto se lo carica sulle spalle e inizia il lungo ritorno verso valle.
Camoscio albino fotografato da Giovanni sull'Emilius Sarà la stanchezza, sarà l’eccitazione della caccia, ma il camoscio è veramente pesante e più si cammina, più diventa pesante.
“Pesi come il Diavolo!” sbotta il cacciatore.
“Rebutto!(e vuol dire “confermo”), ora sarò io a portare te!” risponde una voce, e il cacciatore si sente trascinato verso l’alto.
Un attimo di smarrimento poi una preghiera devota e in un lampo, il camoscio non c’è più e resta un acre odore di zolfo e il cacciatore si ritrova sul sagrato della chiesa del suo paese.
A volte il Diavolo stringe un patto con il cacciatore.
In cambio della sua anima avrà sempre una mira infallibile e abbatterà tutti i camosci che incontrerà.
Se il cacciatore è proprio imbranato il Diavolo arriva ad intrattenere il camoscio per le corna per non farlo muovere e permettere al cacciatore di non sbagliare il colpo.
Sul corno del Renon, in Alto Adige, i camosci sono invisibili.
Il cacciatore la incontrerà di nuovo, sotto l’aspetto umano, nella piazza del paese, ma solo il tempo per essere ringraziato.
Gli uomini non li possono vedere, ma li sentono fischiare e galoppare sui dirupi.
Cavalcati da streghe e folletti corrono e spargono il panico fra le mandrie al pascolo.
Ma lo “spirito dell’alpe” che li controlla impedisce loro di far del male agli uomini e agli animali.

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