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Alla ricerca della Tete de Cretes, m. 3258

Chenaille e Tete de Cretes Sabato ho accompagnato la bambina a Milano.
Il giorno dopo, levataccia alle cinque, la accompagno alla Malpensa poi continuo fino ad Ollomont.
Trovo pioggia e freddo.
Le previsioni danno bello solo per oggi Lunedì, per cui devo andare.
Dormo dieci ore e mi sveglio stanco.
Non ho voglia di andare, non so dove andare ma non ho neanche voglia di rimanere per cui dopo le nove parto per Plan Debat.
Tanto per far qualcosa decido di andare a vedere se è possibile trovare una via per salire alla Tete de Cretes.
Nel luglio del 2005 ero stato in un catino circondato dalla cresta che va fino alla Salliaousa, non avevo visto niente, non avevo capito niente.
E’ lì che voglio tornare.
Poco prima delle dieci inizio a camminare, con me vari gruppi di escursionisti diretti al rifugio o al col Champillon.
Seguo il vecchio sentiero n. 6, quasi scomparso, fino alla Tsa, poi mi dirigo a Nord verso il crestone che scende dallo Chenaille.
Non faccio come tre anni fa che l’ho subito raggiunto, mi tengo a Sud per ripidi pendii e raggiungo il crestone in alto, dove cessa di essere erboso.
Sono stanco, annoiato.
Ho visto dal basso la strada che dovrei fare, anche se non comprendo bene quale sia la Tete.
Ho scorto anche un canale che sale verso la cresta, ma sembra che termini verso una parete rocciosa.
Allora salgo i ripidi pendii erbosi, allietato dalla vista di miriadi di stelle alpine e dalla figura del Mont Gelè che si staglia alla mia destra.
L'itinerario di salita So che più in alto vedrò anche il Cervino, che mi farà dimenticare la vista del Mont Gelè e, man mano che salgo, scruto da quella parte.
Scorgo sotto di me una figura che valica la cresta per scendere nella comba di Cretes, è così raro vedere qualche escursionista fuori dal sentiero per il colle, mi chiedo se anche lui mi abbia scorto.
Finalmente l’erba finisce e iniziano detriti e roccette.
Ora il Cervino si vede, tutto bianco, e accanto a lui la Dent d’Herin.
Mi affaccio su un anfiteatro sassoso racchiuso tra creste e  ripide e rotte pareti.
Alla sinistra il punto dove tre anni fa mi ero fermato.
Penso che la cresta di destra sia quella che porti in cima alla Tete de Cretes.
Verso essa mi dirigo.
La Tete de Cretes invernale Passando per massi e qualche macchia di neve residua raggiungo una zona con dell’erba sulla quale si sale facilmente.
E scorgo il canalino che va verso la cresta.
Decido di andarlo a vedere.
Mi fermo a mangiare, l’una è passata da un pezzo.
Rifocillatomi riprendo a salire sul facile terreno che in breve mi porta all’ingresso del canalino.
Sembra facilmente percorribile e decido di continuare.
Supero un saltino sulla sinistra ed entro tenendomi ad appigli sulla rocce a sinistra, ma le rocce non sono buone e un appiglio mi resta in mano.
All’interno del canalino preferisco salire dove ci sono sassi piuttosto che dove c’è terriccio e salgo facilmente fino ad un punto dove devo superare un altro saltino.
Ora si vede l’uscita e sono contento.
Il canalino Sto sulla destra, passo sotto una paretina e raggiungo la cresta.
E il Monte Bianco mi esplode negli occhi, e sotto di me il vallone di Menouve.
Il salto finaleMi dispiace per il Bianco, mi sento più affascinato dalle creste ai miei lati.
Verso Nord il montagnozzo che presumo sia la Tete de Cretes.
L’accesso sembra facile, ma alpinistico, per cui decido di non affrontarlo.
Cerco la Salliaousa e mi pare di scorgere il colle che precede la cima e parte della cima stessa.
Verso Sud ci sono due cime con i relativi ometti.
Più tardi, quando cercherò di capire dove sono stato, li individuerò come le cime Nord e Sud dello Chenaille.
Ora sono assalite da una fitta nebbia che sale dal basso e riesco a fotografarle appena in tempo.
Qualche foto poi inizio la discesa.
Sono soddisfatto, ma stanco, sono quasi le due e mezza.
Il canalino in discesa si rivela diabolico, ad ogni passo precipitano decine di sassi e qualche appiglio  mi rimane in mano e lo butto verso il basso con stizza.
Per fortuna che sono solo.
I due saltini li scendo di sedere, tanto i miei pantaloni di schöller sono in quel punto rotti da un pezzo, probabilmente dalla prima volta che mi sono seduto su un sasso.
Arrivo al sasso dove mi ero fermato a mangiare e costruisco un ometto che significa : “Salite che è facile e si arriva in cresta!”.
Probabilmente prima che qualcuno passi ancora di qui, le piogge e il vento l’avranno già distrutto.
Raggiungo la cresta detritica, scendo i pendii erbosi verso Sud in un lungo e lento ritorno che in tre ore mi riporta all’auto e alla gente.

Sono tornato dopo un anno, con Giovanni, il 27 Agosto del 2009, in una giornata scura di nuvole che coprivano ogni roccia.
Nel canalino abbiamo faticato, salire in due non è stato facile per i tanti sassi che facevamo venire giù.
Sulla cresta non abbiamo visto niente, soilo il grigiore delle nuvole.
E il salto sopra di noi, Giovanni lo ha passato per primo e mi ha gridato che era "facilissimo", non era "facilissimo", in due punti bisogna arrampicare, poi placche inclinate e la cima, misteriosa perchè avvolta nelle nuvole. Nubi sullo Chenaille

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