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Col Duc, m. 2704

La catena dell'Aroletta, che con quella del Morion, ricordano le Dolomiti, prima che fossero ricoperte con i fili della luce della luna e diventassero i "monti pallidi", nel cuore della Valpelline divide la comba del Crete Seche da quella di Faudery.
Si può passare da una comba all'altra attraverso alcuni colli, i più facilmente transitabili sono quelli alle estremità, il più a Sud è il col du Freyty, il più a Nord quello di Faudery.
Fra loro, da Nord a Sud, si trovano il Pas du Chamois, il col de l'Aroletta, il col du Gran Barmè e il col Duc.
Quest'ultimo, visto da Crete Seche, è il più impressionante per il ripido canalone che svetta verso le creste più alte.
Alla sua sommità svetta un monolite di una sessantina di metri, il "Berger de l'Aroletta", nota dominante di chi percorre i canaloni che portano al colle.
Il Berger de l'Aroletta dal canalone Ovest
Il colle è stato dedicato dall'Abbè Henry a monsignor Joseph Auguste Duc, vescovo di Aosta, autore di una "Histoire de l'Eglise d'Aosta" in dieci volumi, dove sono annotati, nella loro esatta grafia, i nomi di tutte le località valdostane.
Purtroppo la nostra cartografia ignora quest'opera ed in ogni carta troviamo un nome diverso per la stessa località (es. Chaligne, Tsaligne,Zalegne, etc.)
Secondo la guida del Buscaini il col Duc è facilmente transitabile da entrambi i versanti (fu attraversato per la prima volta dall'Abbè Henry con una guida nel 1913), quello di Faudery dovrebbe essere il più semplice, di conseguenza proverò da quella parte.
Giovanni vuole fare una gita con me e gli propongo il colle.
Andare con lui mi provoca un po’ d’ansia, va troppo forte per me e di conseguenza mi costringe ad un passo che non è il mio, con meno soste di quante farei io, ha tendenza a sbagliare strada, allungando il cammino e portandomi in tratti faticosi (lui è troppo forte per badare a certi particolari), e in genere è troppo lontano per poterlo richiamare.
In ogni modo è sempre meglio andare in due che in uno solo. O forse.
E’ domenica, partiamo alle sette e mezzo da Vaud e poco dopo le otto siamo in marcia sulla strada del Crete Seche, strada che presto abbandoniamo per prendere il sentiero che porta a Faudery.
Sentiero che troviamo chiuso da uno sbarramento (che ci causa una breve deviazione sui sassi sottostanti) e arriviamo al muretto a secco dopo cinquantacinque minuti, come la volta scorsa.
Ora Giovanni va decisamente avanti e cominciano i tratti malagevoli, il sentiero è abbandonato, si sale per ripidi pendii di arbusti e pietre e alla fine ci troviamo io da una parte e lui dall’altra della piana della comba di Faudery.
Lui è anche convinto che il colle sia più in alto, lo convinco che è alla nostra destra e mi incammino sul ripido pendio che porta ad esso.
Sul canalone Ovest
Con mia grande sorpresa sul pendio ci sono dei manzi a pascolare, con mia maggiore sorpresa troviamo degli animali morti, forse colpiti da sassi, forse caduti, ma il pendio non è così ripido da giustificare una caduta mortale.
I manzi sembrano abbandonati a se stessi e si proteggono sotto un roccione spiovente.
Intanto Giovanni mi ha superato, e finalmente si decide ad attendermi, quando lo raggiungo dico che sono sfinito e che non voglio proseguire, ma poi mi rifocillo, prendo una pasticca di Enervit e riprendo a salire.
Arriviamo allo sbocco del canalone e il percorso pare meno ripido di quello che lo precede.
Infatti si sale con abbastanza facilità su un terreno detritico, dove è sempre costante il pericolo di fare cadere sassi, ma questo non avviene, per fortuna.
Si sale, sopra di noi si mostra il Berger de l’Aroletta, pregusto già la gioia dell’arrivo al colle.
Poi il canalone si chiude, c’è un saltino da superare, vedo che Giovanni è in difficoltà, il saltino sembra facile, ma lui è incrodato in mezzo, non riesce ad andare ne davanti, ne indietro.
Lo raggiungo.
A destra ci sono rocce articolate sulle quali probabilmente si potrebbe passare più facilmente, invece di suggerirgli di provare di là gli propongo di tornare indietro e lui è d’accordo, anche perché poi quel passaggio dovremmo rifarlo in discesa.
Sono molto deluso, da me stesso, come al solito mi manca mordente, anche perché arrivo ai punti cruciali sempre piuttosto stanco.
Mi consola il fatto che siamo in un ambiente magnifico, quasi dolomitico e la giornata non è quindi sprecata.
Ora scendiamo, con qualche difficoltà perché in discesa di sassi ne facciamo cadere.
Poi, sul verde Giovanni fila via per cercare un albero alla cui ombra riposare, ne trova uno abbastanza lontano il che provoca qualche mia protesta perché sono di nuovo molto stanco.
E così una sosta all’ombra di un salice, tutti e due per la verità mangiamo abbastanza, poi il ritorno sul sentiero che questa volta individuo facilmente e che seguo sino all’asfalto dell’interpoderale che ci riporta a Ruz.

Dopo tre settimane sono andato a Crete Seche, per provare di salire al colle da quella parte.
Il canalone da Est
Ora voglio provare da solo, dall’versante, più ripido, spero senza difficoltà, ma almeno vado a vedere.
Importante è non stancarsi e allora salgo al rifugio Crete Seche per la via più lunga, impiegando due ore e dieci minuti, lo stesso tempo di un paio di famigliole partite alla mia stessa ora e arrivate poco dietro di me.
Ora seguo il sentiero diretto all’Aiguille de l’Aroletta, supero un torrente su un ponticello scassato e mi fermo tra dei massi a riposare e a rifocillarmi.
Riprendo con calma il mio cammino, seguendo ancora per un po’ i segni gialli, poi, quando giudico di essere abbastanza in alto, li abbandono per dirigermi su grossi sassi verso l’imbocco del canalone.
La pendenza è notevole, ma avanzo con fatica, ma senza stanchezza e l’altimetro, quando lo guardo mi da buone notizie sulla quota raggiunta.
Sul fondo ci sono strisce di sassi, strisce di duro terriccio, all’inizio anche un po’ di erba.
Sui sassi si sale con più sicurezza.
Il canalone anche da questa parte è dominato dal Berger de l’Aroletta, sono completamente visibile dal rifugio Crete Seche e mi domando se qualcuno mi stia osservando.
Verso l’alto vedo una barriera che blocca il canale, non sembra terribile.
Quando ci arrivo scorgo oramai vicino lo sbocco, ma per raggiungerlo devo arrampicarmi su una roccia di un paio di metri.
Il colle da Est
Oltre si vedono altre roccette, sono perplesso, faccio qualche tentativo senza troppa convinzione.
Siccome il rifugio è sotto di me penso che la gente mi stia osservando.
Da una parte non vorrei deluderli, ma soprattutto penso che se tornassi indietro ora che la meta è così vicina poi dovrei sopportare troppi rimorsi di coscienza.
Un sasso cede sotto di me e cado per terra facendomi male ad una mano.
Ma oramai ho visto gli appigli da utilizzare per le mani e per i piedi, mi tolgo il sacco che metto sotto una roccia, lascio i bastoncini e parto.
E con facilità sono subito sopra il salto, le roccette che seguono sono appoggiate e facili e mi portano sul detritico pendio finale e sono sullo stretto intaglio del colle.
Ho impiegato all’incirca quattro ore da Ruz.
Felice e un po’ deluso, deluso dal panorama che è ristretto, deluso dal non vedere il Berger che è sopra di me, in compenso vedo il Cervino.
Il versante di Faudery pare molto ripido, dopo qualche decina di metri si vede un salto ed è probabilmente li che ci siamo fermati la volta scorsa.
Faccio qualche foto, ma sono preoccupato per le roccette che devo passare in discesa, per cui mi affretto a tornare.
E il pensiero va a Renato Chabod, che raggiunse nel 1926 con due compagni (Amilcare Cretier e Giuseppe Riconda) in tre ore il colle Duc da Dzovenno, per poi salire, in un'ora il Berger, che battezzò, con la benedizione dell'Abbè Henry, "Berger de Crete Seche", nome che poi fu cambiato in "Berger de l'Aroletta" perchè la catena del Crete Seche è quella, di fronte, oltre il rifugio.
Naturalmente scendo senza problemi, oramai so dove mettere mani e piedi.
Ricupero sacco e bastoncini che allungo al massimo.
La discesa per il canalone si rivela più faticosa della salita.
Dovunque si tocca il terreno cadono sassi, a volte si fermano dopo pochi metri ma qualche volta rotolano lontano.
Certo, non devo preoccuparmi, chi salirebbe in un simile posto, ma penso anche a cosa si perdono quelli che in questi posti non si avventurano.
Non ho fretta per cui scendo piano piano, quando termina il canalone continuo a scendere sino ad incontrare i segni gialli che mi riportano sul ponte traballante ed al rifugio dove i presenti mi ignorano bellamente.
Ho finito i beveraggi, bevo alla fontana e riprendo la discesa nel caldo di una delle giornate più belle dell’estate.
E più importanti per me.
Qualche anno più tardi sono ripassato dal rifugio, scendendo da un colle di frontiera.
I pochi presenti guardavano verso l'aiguille de l'Aroletta, a sinistra del canalone,dalla quale si udivano delle voci.
Alcuni arrampicatori scendevano a corda doppia dalla parete di fronte al rifugio.
Ho chiesto alla rifugista come mai non scendevano dal canalone, a pochi metri da loro.
Quella, quasi scandalizzata, mi ha risposto che il canalone era troppo pericoloso e che le guide, che erano in parete, sapevano quello che facevano.
Ecco, ci sono diversi modi di andare in montagna : quello degli arrampicatori, che è solo sportivo, senza avventura, con la sicurezza che deriva da una tecnica ben collaudata, con carichi di attrezzature, caschi, chiodi, corde, discensori e chissà quante altre diavolerie, che ferisce la montagna "attrezzando le vie" e quello dei pioneri, gli esploratori che hanno raggiunto le cime passando principalmente per queste vie, le "più logiche e anche pericolose", come ricordava Giorgio Brunner, che si salgono con gli alpenstock allora, con i bastoncini oggi, lasciando come segno qualche ometto di pietre, che la prima pioggia spazzerà via .


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