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Salite contestate. Da Casara a Tomo Cesen.

“Una affermazione straordinaria necessita di una dimostrazione altrettanto straordinaria” Carl Sagan.

E' il 3 Settembre del 1925.
Un gruppo di persone, partito dal rifugio Padova, sale per un erto pendio che li porterà ad ammirare il Campanile di Val Montanaia, la formidabile struttura che Cozzi definì "la pietrificazione dell'urlo di un dannato".
Gli strapiombi Nord dalla guida delle Dolomiti orientali di A.Berti Dal gruppo si stacca uno, sale più svelto, gli altri sono arrivati alla forcella e lui ha raggiunto una cima dei dintorni.
E' Severino Casara.
E' deluso, la nebbia copre tutto, si accinge allora a tornare, ma improvvisamente, uno squarcio e il Campanile è lì davanti a lui.
Grida agli amici di non aspettarlo e da loro appuntamento al rifugio, un appuntamento che non riuscirà a rispettare.
Casara vorrebbe salire per la normale del Campanile, ma, la nebbia è tornata, sbaglia itinerario e si trova a Nord, sotto uno strapiombo.
Casara e Comici in dolce compagnia al lago di Misurina In alto dei chiodi, uno spezzone di corda, resti di un precedente tentativo.
Lui ha una corda di venti metri, con essa si autoassicura ai chiodi trovati.
Cerca di passare, ma vola, l'autoassicurazione tiene
Riprova e riesce a passare, dopo è più facile, raggiunge la cima, scrive sul libro di vetta, "Prima salita per gli Strapiombi Nord".
La notte lo sorprende, è costretto a bivaccare, il giorno dopo raggiunge gli amici in pensiero che lo aspettano in valle.
L'itinerario viene pubblicato nella guida delle Dolomiti Orientali di Antonio Berti con un disegno per illustrarlo, ma sul disegno la via è segnata in modo errato.
Cinque anni dopo ci prova Attilio Tissi con Giovanni Andrich e altri, non riescono a passare per dove è passato Casara, allora Casara mente!
E iniziano le polemiche e i processi.
Un anno dopo ci prova Celso Gilberti e passa con l'aiuto di un chiodo e dopo di lui altri alpinisti triestini, con l'aiuto di chiodi.
Si può passare allora, ma Casara dice di essere passato senza chiodi.
Come senza chiodi passerà la guida Piero Mazzorana, poi Spiro Dalla Porta Xidias, ma entrambi avevano un compagno che li assicurava, Casara è passato solo.
Dino Buzzati scrive sul Corriere un'appassionata difesa dello scalatore vicentino, con lui sono anche Berti e Comici.
Si dimise dall'Accademico, difeso solo dalla sezione del CAI di Vicenza.
I forti arrampicatori di oggi passano per gli strapiombi come per una passeggiata, il luogo però brulica di chiodi di assicurazione.
Casara fu condannato senza prove, da quelli che lo condannarono, un "mostro sbattuto in prima pagina".
Arrivarono anche ad accusarlo di essere omosessuale e fu con disprezzo soprannominato "Sederino", ma della sua omosessualità non esiste nessuna prova.
Sugli strapiombi nord hanno scritto Spiro Dalla Porta Xidias, Gogna e Zandonella Callegher, Corona, solo il primo gli da fiducia, gli altri non danno giudizi.


Dal 20 al 23 Luglio del 1951 Walter Bonatti con Luciano Ghigo conquista la parete Est del Gran Capucin.
Una grandissima impresa per quei tempi, le lodi e le invidie si sprecano.
Neanche un mese dopo, il 18 agosto, si cimentano sulla stessa parete due guide di Cortina, Lacedelli (quello che tre anni dopo salirà al K2) e Ghedina.
Ripetono la via in meno di ventiquattr'ore, contro i quattro giorni di Bonatti, discendono per la stessa via in corda doppia.
Scrivono una relazione descrivendo come facilmente superabile l'ultimo tratto.
Nel 1953 la via è ripetuta dai forti alpinisti francesi Berardini e Paragot, in due giorni e mezzo, nella loro relazione descrivono l'ultimo terzo della salita come il più difficile e si meravigliano di non aver trovato tracce della salita di Lacedelli.
I due francesi descrivono nel loro libro "Vingt ans de cordèe" la loro avventura, la loro delusione quando, nell'ultima parte, convinti di trovarsi su un terreno facile come descritto dalla relazione di Lacedelli, si trovano invece a lottare con la parte più impegnativa della scalata.
Non trovano neanche i chiodi e i cordini che avrebbero dovuto trovare poichè Lacedelli e Ghedina affermano di essere scesi dalla stessa in corda doppia.
"Questi sono dei venditori di fumo, non hanno mai raggiunto la vetta del Capucin", questo è il loro giudizio.
Dopo pochi giorni la via viene ripetuto dal forte arrampicatore francese Jean Couzy con tre compagni.
Nella sua relazione ringrazia Berardini per le informazioni ricevute sull'ultimo terzo della salita e fa dell'ironia sui forti "Scoiattoli di Cortina" che sono saliti in un tempo così breve.
Non ho trovato tracce di risposta a queste accuse da parte di Lacedelli e Ghedina, forse si è preferito ignorarle.
Nel sito degli scoiattoli di Cortina si trova :
Lacedelli :
1951
18 agosto, con Luigi Ghedina, prima ripetizione della via Bonatti-Chigo del Grand Capucin (Monte Bianco) in 18 ore e senza bivacco. Soltanto dopo circa altre quindici ripetizioni un’altra cordata riuscirà a ripetere la stessa via senza bivacco.
Ghedina :
Insieme a Lino Lacedelli, molta risonanza ebbe la prima ripetizione in giornata della via Bonatti al Grand Capucin, sullo sconosciuto granito del Monte Bianco. Tale impresa lo porterà ad essere selezionato, con il miglior punteggio, tra i componenti della mitica spedizione al K2, alla quale non potè purtroppo partecipare a causa di un incidente sciistico che gli causò la frattura di una gamba.
Nessun accenno alle polemiche.


Il Cerro Torre è una mitica montagne delle ande, alta poco più di tremila metri è raggiungibile solo per levigatissime pareti di roccia alte oltre ottocento metri, è noto fra gli alpinisti come "l'urlo di pietra".
Il cerro Torre Nel Gennaio del 1959 viene attaccata da una spedizione italo-austriaca formata da Cesare Maestri,Cesarino Fava e Toni Egger.
Fava accompagna i suoi due compagni sino ad un colle, battezzato "Colle della conquista", poi torna al campo base.
Per sette giorni non ha notizie dei suoi compagni, poi trova Cesare Maestri sepolto dalla neve, in stato confusionale, che gli racconta di aver conquistato la cima, ma che, durante la discesa, sono stati travolti da una valanga, Toni Egger è precipitato, portando con se la macchina fotografica e la prova della avvenuta conquista.
Nel 1970 Carlo Mauri, dei Ragni di Lecco fa un tentativo di salita, rinuncia, dichiarando che la montagna è "impossibile", da qui iniziano i primi dubbi.
La reazione di Maestri è immediata, risponde con sarcasmo alle domande, poi decide di tornare al Cerro Torre.
E' la famosa spedizione del "compressore", racconta di essere arrivato in cima con quattro compagni, poi si scopre che non ha salito l'ultimo pezzo, il "fungo di ghiaccio" che copre la cima, si giustificherà dicendo che per lui la cima è dove finiscono le rocce, il ghiaccio va e viene, aumenta e diminuisce, la cima di ghiaccio è una cima virtuale.
Negli anni successivi alpinisti americani, inglesi, austriaci e italiani cercano di ripercorrere la via originaria di Maestri, ma dopo trecento metri non trovano tracce di passaggio e la descrizione del terreno è assai diversa da quella fatta da Maestri.
Nel Novembre 2005, Ermanno Salvaterra, sostenitore di Maestri, sale la via alla ricerca di quelle prove (chiodi, attrezzatura) da sbattere in "faccia al mondo" per dimostrare la salita di Maestri, trova tutti i trenta chiodi del primo tratto (uno se lo porta a casa) ma dei sessanta chiodi che Maestri dice di aver utilizzato più avanti non ne trova nessuno e da sostenitore diventa accusatore.
La polemica diventa più aspra, Maestri, pressato dalle domande, ammette di non aver salito la cima nel 1970, ma tace a lungo sul 1959, fino a rilasciare nel 2006 un comunicato in cui conferma di aver raggiunto la cima in quell'anno.
Ma oramai pochi gli credono, escono due libri, uno di Messner "Grido di Pietra - Cerro Torre, la montagna impossibile" e "L'enigma del Cerro Torre" di Giorgio Spreafico, che arrivano alla stessa conclusione: Maestri non ha mai raggiunto la cima del Cerro Torres.
Di conseguenza la prima ascensione del Cerro Torre va considerata quella compiuta il 13 gennaio 1974 da una spedizione del gruppo dei Ragni di Lecco: Daniele Chiappa, Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri.



Tomo Cesen è un alpinista sloveno specializzato in ascensioni solitarie e noto per prepararle con ogni cura e per i suoi metodi di allenamento.
Ha salito così molte pareti in solitaria, il trittico alpino (le pareti Nord di Cervino-Eiger-Jorasses) in condizioni proibitive e la nord dello Jannu, una parete alta 2800 m.
Nell'aprile del 1991 sale, sempre da solo, in sei giorni la parete Sud del Lhotse, tentata invana da alcuni dei migliori alpinisti mondiali tra cui Messner, e sulla quale l'anno prima era morto il forte alpinista polacco Jerzy Kukuzka.
In vetta non fa fotografie e scende per la via di salita, invece che per la normale.
Una spedizione russa, l'anno dopo, che passa da quelle parti non trova segni di passaggio e comincia a seminare i primi dubbi.
Dubbi aggravati da alcune fotografie pubblicate da un giornale specializzato, a suo nome, ma che in realtà appartengono a Viki Groselj, un alpinista sloveno che le aveva scattate nel 1989, 150 m. sotto la vetta.
Cesen sostiene di aver fornito quelle foto, avute dalla moglie di Groselj, al giornale senza affermare che fossero sue, l'attribuzione delle foto è stata fatta dal giornale.
Ma oramai lo scandalo è scoppiato, vengono messe in dubbio anche le sue altre salite, la Nord dello Jannu, il trittico alpino e persino la sua salita al K2.
A questo punto Cesen si ritira dall'alpinismo estremo, scrive un libro "Solo" autobiografico e si mette ad allenare la nazionale slovena di free climbing.
Al suo caso è dedicato un capitolo del libro di M. Twight "Confessioni di un serial climber", che esamina i pro e i contro senza prendere posizione.



E di storie simili ce ne sono tante altre, come quella di Frederik Cook, che nel 1903 sostenne di aver salito il McKinley, m. 6194, e portò come prova una fotografia sostenendo che in essa fosse ritratta la cima, poi si scoprì che la foto era stata presa duemila metri più in basso. Per cui si può ad arrivare a dubitare di tutte le salite per le quali non esistono prove inoppugnabili.
Il brutto di queste storie che si formano sempre due partiti, quelli a favore e quelli contro, per cui si sviluppano polemiche e veleni, su opinioni spesso basate solo sulla partigianeria.
Naturalmente è normale farsi un'idea, sempre però con il beneficio d'inventario, non escludendo mai l'ipotesi opposta.
Personalmente sono dell'ipotesi di assolvere Casara, forse influenzato dalla lettura dei suoi libri, importante viatico della mia giovinezza.
Le accuse a lui vengono da alpinisti che non sono riusciti a passare dove era passato lui.
Celso Gilberti e Spiro Dalla Porta Xidias hanno dimostrato che da lì si poteva passare, certo in altre condizioni ed assicurati da un compagno.
Credo che Casara sia arrivato, salendo, ad un punto da cui non si poteva tornare indietro, era in gioco la sua vita, doveva passare ed è passato, in quei momenti si scoprono risorse e capacità inaspettate.
Per Tomo Cesen non mi pare ci siano prove tali da condannarlo, alcuni dissero di non aver trovato sue tracce, il fatto delle foto può benissimo essere stato un grosso equivoco.
Prove più importanti invece ci sono per Maestri e, sopratutto, mi pare decisiva quella di Salvaterra, partito appunto per trovare le tracce del suo passaggio, tracce che trovò solo per i primi 300 metri, poi più nulla.
Per Lacedelli e Ghedina ci sono le testimonianze di quelli che hanno ripetuto la loro via (che poi è quella di Bonatti-Ghigo).