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Il colle della Salliousa, m. 3220

Il 5 luglio del 2003 avevo fatto un primo tentativo di raggiungere il colle e magari la cima.
Secondo il Buscaini dovrebbe essere raggiungibile da Vaud tramite un erto canalino dal fondo sassoso e detritico alto 150 m.
Parto abbastanza tardi da Vaud, verso le nove e mezza, arrivo abbastanza in alto, ad una specie di terrazzo sopra la Tsa d'Ansermin dove sosto, prima di ripartire.
Faticosamente raggiungo l'imbocco del canalone, percorro in un'ora meno di 200 metri e capisco che sono troppo sfinito per proseguire.
Sono ad una quota circa 3000 metri, per oggi va bene così.
In discesa scopro un sentiero, presente solo a tratti, che mi riporta facilmente alla Tsa.
Costruisco qualche ometto per ritrovarlo la prossima volta.
La salliousa da sopra Glassier Ritorno il primo agosto dello stesso anno.
Sveglia alle sei e poco dopo le sette parto.
Oggi però sono partito due ore prima rispetto all'altra volta e mentre salgo per il sentiero che porta ad Ansermin mi sento euforico e penso che oggi ce la farò.
Sarà effetto dello stretching o delle belle dormite o del sonno che riesco a fare nella pace di Ollomont.
Mi impongo di andare piano per non arrivare spossato al canalone la cui risalita deve essere piuttosto faticosa.
Non mi accorgo del bivio nel bosco per l’interpoderale e proseguo per la Chevrere.
Accortomi dell’errore salgo nel bosco sino a trovare il sentiero e raggiungere l’interpoderale, dove sosto per bere poi proseguo per raggiungere le baite Ansermin (che sono ancora chiuse), da dove l’interpoderale mi porta all’alpe Ansermin che è invece aperta come l’alpeggio sottostante.
Mandrie di mucche invadono i pascoli sotto il monte Rotondo e più a valle, pascoli in gran parte gialli per la siccità.
Ho impiegato circa due ore e un quarto.
Come i pascoli sono gialli, così le montagne sono griglie per mancanza di neve, sulla catena della tete Blanche un lenzuolo resiste nei pressi del colle di Filon, Valsorey è senza neve.
Dopo una sosta all’alpe dove mangio un’arancia e del cioccolato invece di salire dritto i ripidi pascoli salgo il sentiero che la volta scorsa ho percorso in discesa, ritrovo i miei ometti, ma quando cerco di traversare a sinistra, sbaglio, mi tengo troppo in basso e deve risalire per ritrovare il sentiero che mi porta nella parte finale dei ripidi pascoli.
Continuo la salita verso i detriti, finché si può su erba e mi fermo a quota 2840, sul terrazzo dove mi ero fermato nel primo tentativo, per una nuova sosta prima di affrontare la parte più impegnativa del percorso.
Cento metri più in alto inizia il canalone, dovrebbe essere alto 150 m., ma non ci credo.
Il percorso si è fatto molto ripido, dalla sosta in poi, ma si sale su grossi sassi fino al canalone, poi ai sassi si sostituisce terriccio, sassi mobili e cercare dove passare diventa un problema, l’euforia della partenza se n’è andata via.
Mi sento osservato.
Uno stambecco mi guarda curioso dalla cresta alla mia sinistra.
Sono venuto quassù per vedere anche questo.
Allo stambecco si aggiunge un suo amico.
Mi sento come loro, poi faccio alcuni metri e non mi sento più come loro quando li vedo agili comparire più avanti sulla cresta.
Mi chiedo se cercano di incoraggiarmi o se mi deridono.
Fanno cadere dei piccoli sassi che per fortuna mi evitano. Mi dovrei portare nel centro del canale, ma in realtà devo salire dove si passa meno faticosamente e mi tengo sulla sinistra.
Il canalone sembra non finire mai, ma non ci sono pericoli e penso che il conquistarlo sarà solo questione di fatica.
Uso una tecnica psicologica già sperimentata.
Individuo dei massi davanti a me come conquiste parziali che mi avvicinano alla meta.
D’improvviso sassi cadono dalla repulsiva e marcia parete est della salliousa e scivolano nel centro del canalone.
Sono troppo vicino alla meta se no tornerei indietro.
Ogni volta che supero un tratto mi pare che quello successivo sia meno ripido, poi salgo quel tratto e lo trovo ripido come il precedente.

Panorama dal terrazzo sotto il colle

Ma ora sono agli ultimi metri e raggiungo lo stretto intaglio del colle per essere accolto dal monte Bianco e mi guardo alle spalle solo ora per vedere il Cervino e la Dent d’Herens, sono felice, ma anche preoccupato per il ritorno. Dall’altra parte scende un ripido pendio detritico.
Cerco la cengia che dovrebbe portare sulla cima della salliousa, ma vede solo quinte rocciose marce e repellenti, forse bisognerebbe passare tra di esse, ma naturalmente non ne ho nessuna voglia.
I due telefonini sono coperti, ma Wind è in roaming con un operatore svizzero.
L’altimetro segna una quota di 3160 m. perciò il canalone è alto 220 m.
Ho impiegato un’ora e mezzo a salirlo, sei ore dalla mia partenza da casa.
Allungo i bastoncini e inizio la discesa.
Ovviamente meno faticosa della salita, impiego quaranta minuti e spesso faccio cadere sassi in abbondanza, per fortuna non sale nessuno, e chi dovrebbe salire?
Alla fine del canalone e dei detriti una breve sosta, poi raggiungo un terrazzo alla sommità della cresta erbosa dove mi fermo per quasi un’ora, ricercando la poca ombra disponibile vicino ad un masso.
E mi prende la stanchezza.
Non ho fame, bevo tutto quello che mi resta da bere, pensando alle sorgenti più in basso.
Il sole picchia, raramente qualche soffio di vento porta sollievo, dalle pareti del Velan giungono in continuo rumori di cadute di sassi.
Scendo direttamente per i pascoli, in basso scorgo una compagnia diretta al monte Rotondo, più in basso un gruppo di loro amici accampati nei pressi della strada li saluta con urla e richiami.
Alle sorgenti non oso bere, perché sembra che l’acqua provenga da canalizzazioni e non vorrei avere a che fare con gli scoli dell’alpeggio.
Mi fermo alla vasca sul sentiero che porta ad Ollomont e lì mangio il mio panino, poi il ritorno a casa senza incontrare nessuno.


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